L’esperienza del tempo nella società dell’efficienza

Che ruolo ha il tempo nella società e nella vita di ciascuno? Come ci si relaziona con questo aspetto dell’esperienza?

Si è sempre impegnati a correre dietro agli appuntamenti, alle riunioni, alle richieste di prestazione che sembrano aumentare di continuo. Si è sempre intenti a produrre con l’idea che producendo, essendo efficienti, ci si può realizzare e magari avere più tempo per se stessi, oltre che essere appagati e sentirsi adeguati alle richieste che si crede vengano esclusivamente dal mondo fuori. Si cerca di controllare il tempo e, comprensibilmente, di rispondere alle crescenti esigenze della vita moderna. Se non si è produttivi, non si è all’altezza. E’ necessario rispettare i canoni di prestazione per sentirsi adeguati, altrimenti si è pervasi da una sensazione di inferiorità, debolezza e mortificazione. Ma le richieste della società si sono impossessate delle modalità tramite cui gestiamo il nostro tempo fino a sembrarci naturali, spingendoci talvolta verso un efficientismo disumano. Questa dottrina iperefficientista è stata interiorizzata a tal punto da imporla a se stessi. Allora si crede che, riuscendo a migliorare la gestione del tempo, si possa essere ancora più produttivi, avere a disposizione un po’ di tempo in più, per dedicarsi a ciò che si vuole veramente, ciò che da senso e valore alla vita finita e spesso affannata. In realtà quello che succede è che si utilizza il tempo che “liberato” per impiegarlo nello stesso modo. Con l’aumentare dell’efficienza, aumenta lo standard a cui si è tenuti. Esattamente come accadde con la diffusione degli elettrodomestici: la maggiore efficienza portata dagli elettrodomestici non ha significato maggiore tempo libero per chi si occupava delle faccende domestiche ma ha creato uno standard più elevato richiesto. (Potendo pulire meglio il tappeto, il tappeto doveva essere più pulito e doveva esserlo sempre.)

Non ci si riconosce in quanto persone con una storia, delle amicizie, una comunità, dei sogni e delle emozioni? Si gode del tempo libero? Dell’utilità dell’inutile, come sostiene Benasayag? Quando si conosce qualcuno gli si chiede cosa faccia nella vita. In età lavorativa ci si presenta tramite il proprio lavoro ‘sono psicologo’, ‘sono ingegnere’, ‘sono architetto’… E oltre al lavoro?! E’ la domanda che si pongono molte persone che, uscite dall’età lavorativa, sembra non riescano più a trovare un senso nella propria vita. Se sono fortunate si impegnano nella famiglia e nella comunità, altrimenti la sofferenza e un senso di inutilità e di insensatezza li pervade.

Come sostiene Oliver Burkeman nell’articolo Schiavi del tempo nell’ Internazionale n°1202, da cui sono tratte alcune di queste riflessioni, è difficile gestire il tempo libero, è difficile mettersi in una relazione diversa con il lavoro. Però egli sostiene “Non è obbligatorio guadagnare di più, raggiungere più obiettivi, realizzare il proprio potenziale in ogni dimensione, sentirsi più inseriti ovunque. L’ethos dell’efficienza e della produttività rischia di anteporre la salute dell’economia alla felicità degli esseri umani” E’ evidente che sia difficile considerare il tempo contemplando la possibilità di oziare, è come se fosse una perdita di tempo, come se il dedicarsi al ‘dolce far nulla’ sia dannoso e ci si sente sempre spinti a fare qualcosa. Ma questo non può portare a perdere la capacità di ascoltarsi, affannandosi a correre dietro una vita che non crea valore, per se stessi e per la comunità, ma apprensione in individui sottilmente alienati?

 

Concentrarsi sull’azione, sul fare, sull’emergenza, non rischia talvolta di allontanarci dalle cose realmente importanti ma per le quali, stranamente, molto spesso crediamo di non aver tempo? Per esempio, dai nostri bisogni? Pur configurandosi questo come un tratto distintivo dell’uomo contemporaneo appare fondamentale differenziare le varie subculture locali per capire quale sia la posta in gioco. Ci sono diversità nell’approccio al tempo da continente a continente, da Stato a Stato, ma anche da città a città. Anche solo in Italia può cambiare il ritmo di vita da città a città: ad esempio, tra Torino e Milano ci sono scansioni del tempo differenti che portano ad avere una qualità di vita differente, modelli di Uomo differente. E’ differente la pressione esercitata dal contesto e scegliere di gestire il proprio tempo in maniera differente avrà conseguenze differenti a seconda del grado di devianza da quella che viene considerata, spesso in maniera del tutto arbitraria quanto inconsapevole, come “normalità”.

Qual è la paura che, forse inconsciamente, senza consapevolezza, si può associare a questa gestione frenetica del tempo? Forse la paura della morte. Sì, l’essere umano cerca sempre di realizzarsi nella vita e, quindi, è spinto a determinarsi in ciò che fa, a cercare di sperimentarsi il più possibile in diverse esperienze per non pensare che tutto può finire da un momento all’altro, per non pensare alla morte. Come diceva Seneca, “inseguiamo la possibilità di risolvere la sensazione di essere abbandonati dalla vita proprio mentre ci prepariamo a vivere”. Nietzsche invece sosteneva che “ci abbandoniamo anche al più gravoso lavoro giornaliero con un ardore e una mancanza di riflessione che vanno al di là del necessario per la vita, perché ci sembra più necessario evitare di avere tempo per riflettere. La furia è generale, perché ognuno è in fuga da se stesso”. Più si è convinti di non essere costretti a fare scelte difficili, perché non c’è tempo e meno ci si sente obbligati a chiedersi se la vita scelta è quella giusta. Ci si distrae per non pensare a terrificanti domande su come sono vissute le nostre giornate.

Quindi: proviamo ad immaginare che domani sia l’ultimo giorno della nostra vita. Domani sarà la morte.

Come utilizzeremo il tempo del nostro ultimo giorno di vita?

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