LA DIMENSIONE STORICA DELLA SOFFERENZA. LA LEZIONE DEI MIGRANTI.

Nel nostro lavoro clinico e di ricerca, allo Sportello, cerchiamo di dare particolare attenzione ai determinanti sociali della salute e del disagio, e a come essi plasmano, sono plasmati da e interagiscono con l’esperienza individuale e irripetibile della vita di ciascuno per contribuire allo strutturarsi di una condizione di sofferenza.

Tali determinanti sociali non sono astratte e soprattutto non sono a-storiche: si tratta di forze concrete, sia materiali che simboliche, che prendono forma e acquistano abbrivio negli equilibri e squilibri della Storia, per come essa disegna il mondo di oggi e per come è stata disegnata dalle traiettorie del passato recente e remoto.

La dimensione storica della sofferenza è particolarmente evidente quando ci interfacciamo con l’esperienza delle persone che si trovano in condizione di migrazione. Un fenomeno antico come la società umana, che ha investito le rotte più disparate nel corso delle epoche, la migrazione si trova oggi sotto i riflettori mediatici e politici che, da un lato, tendono ad appiattire la complessità delle radici della questione e, dall’altro, oscurano la dimensione umana dei protagonisti delle migrazioni odierne, spesso ridotti a numeri, corpi da distribuire senza attenzione alle soggettività che li abitano. Del resto, sempre più spesso il progetto migratorio dell’individuo viene assorbito e preso in carico dal sistema dell’accoglienza sin dal primo approdo sul territorio europeo; ciò determina un’istituzionalizzazione dell’individuo e della sua storia non dissimile da  quanto accade in altri tipi di residenzialità forzata[1], il cui potenziale effetto iatrogeno è stato spesso testimoniato.

La migrazione di cui parliamo è sempre, in certa misura, migrazione forzata. Ciò è naturalmente ovvio nel caso dei rifugiati politici e dei profughi di guerra; ma anche la cosiddetta “migrazione economica”, ovvero il viaggio per sfuggire a condizioni di povertà o per provvedere alla famiglia e alla comunità di origine, porta in sé un forte elemento di coazione e di limitazione della libertà di scegliere per il proprio futuro. Accanto a questi, si sta delineando la figura dei cosiddetti “migranti climatici”: coloro che sono obbligati a lasciare la propria terra per via di circostanze ambientali, causate spesso dagli effetti sull’ambiente influenzati da politiche economiche, modalità di produzione e stili di vita di paesi distanti e dal maggior potere economico.

La persona emigrata si trova a vivere una difficile condizione di “doppia assenza” (Sayad, 1999): fisicamente lontani dalla comunità originaria ma socialmente e culturalmente distanti dalla comunità del paese d’arrivo; ciononostante, inevitabilmente influenzati dalla cultura del paese ospitante, trovandosi trascinati lontani dalle proprie radici senza poter realmente approdare ad una nuova, profonda appartenenza, una nuova partecipazione alla vita sociale tramite la creazione di legami di reciprocità, scambio, mutuo riconoscimento.

Tradizionalmente, la disciplina psicologica che ha affrontato più approfonditamente il disagio psichico delle persone migranti è stata l’etnopsichiatria: un approccio multidisciplinare, comparativo, interattivo e pragmatico volto al trattamento del disagio mentale in individui di cultura diversa da quella del terapeuta. L’etnopsichiatria nasce a partire dalla constatazione dell’inefficacia delle pratiche terapeutiche abituali con i migranti, prevede l’apertura del discorso terapeutico alle significazioni culturali del paziente e comporta modificazioni nella teoria e nella tecnica (Nathan, 1996; Devereux, 1970). Sostiene l’importanza di decentrarsi sia rispetto ai propri modelli culturali che rispetto ai sistemi esplicativi della psicopatologia e della psichiatria, considerate a loro volta delle narrazioni culturalmente e localmente determinate.

L’etnopsichiatria ha quindi portato l’attenzione su un fondamentale aspetto dell’incontro con l’Altro: esplicitare, accogliere e rendere attiva nel dialogo terapeutico la cultura di tutti gli interlocutori, «non un semplice “abito”, ma il fattore strutturale e strutturante dello psichismo umano» (Nathan, 1996).

Questo approccio, tuttavia, non è esente da critiche: è stata infatti rilevata la necessità di evitare di appiattire l’individuo e la relazione sulla sola dimensione culturale, ignorando la dimensione individuale e quella socioeconomica – elementi intrapsichici, aspetti di contesto, relazioni di potere, marginalità sociale.

Consideriamo pertinente questa critica all’etnopsichiatria[2]. Incontrare individui in condizione di migrante significa incontrare esperienze, personalità e corpi che sono portatori di una testimonianza della Storia per come essa sta accadendo attorno a noi. Significa, tutto sommato, mettersi in relazione con vite la cui forma è stata influenzata dalle relazioni di potere sociali, politiche ed economiche in modo particolarmente eclatante, ma in misura non minore di quanto anche noi, con diverse opportunità e possibilità, lo siamo. Le modalità del viaggio migratorio, le sue origini, le motivazioni e le aspettative, le rotte, i passaggi e gli esiti, sono il risultato di ampi fenomeni storici, politici ed economici: colonialismo e decolonizzazione, fine della Guerra Fredda, globalizzazione, radicalizzazione politica e religiosa, conflitti etnici, ruolo delle organizzazioni internazionali; il tutto nell’ampliarsi della forbice delle disuguaglianze tra i livelli di benessere dei vari Paesi e all’interno dei Paesi stessi, anche a seguito dello sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e degli attori coinvolti in tali macromovimenti economici.

L’incontro con una persona che ha vissuto un’esperienza di migrazione di questo tipo, porta a interfacciarsi con una delle risultanti di tali correnti della Storia. E come spesso acccade, l’incontro con l’alterità può fungere da specchio per la comprensione della nostra realtà quotidiana locale. Occorre chiedersi: in che misura il nostro benessere e il nostro disagio sono anche la risultante di una struttura sociale che è effetto di determinate condizioni storiche? Non è un mistero che Freud attribuisse le cause distali dell’isteria alla morale repressiva e la subordinazione coatta delle donne nel suo tempo (ad esempio Freud, 1909). In questo caso, la cultura diventa un determinante sociale di un malessere, e la società contemporanea, per molti aspetti, non può dirsi culturalmente più sana di quella di cent’anni fa.

Entro certi limiti, una società è definita da determinate relazioni di potere: si può ipotizzare che un possibile termometro della salute di una comunità sia l’equità delle distribuzione di tali rapporti di potere, e la possibilità dei singoli e dei gruppi di autodeterminare la propria esistenza versus la vulnerabilità ad agenti esterni e potenzialmente dannosi? Quali elementi della società, dell’economia, della politica, quali movimenti della Storia sono fattori protettivi, e quali invece ci fanno ammalare?

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

– Devereux G. (1970), Saggi di etnopsichiatria generale, Armando, Roma

– Freud S. (1909), Cinque conferenze sulla psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino

– Nathan T. (1996), Princìpi di Etnopsicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino

– Sayad A. (1999), La double absence. Des illuision de l’émigré aux souffrances de l’immigré, Editions du Seuil, Paris

[1]Ciò vale se parliamo di strutture come i CAS; in altri casi, ad esempio i CIE, il paragone con strutture detentive di tipo carcerario è più calzante.

[2] Critica, in certa misura, che la disciplina è riuscita ad accogliere e fare propria.

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