IMMAGINARE MONDI POSSIBILI: SULL’IMMAGINAZIONE COME MOTORE DI CAMBIAMENTO

 

Voglio diventare un barcone, vedere, capire e sentire il peso di chi porto, poi imparare a non capovolgermi mai (Bergonzoni).

   Probabilmente il modo più comune tramite cui la nostra psiche profonda si manifesta è l’immagine. Ricordi che affiorano all’improvviso, sensazioni corporee, impulsi, fantasie e, ovviamente, sogni accompagnano tutti noi e – in periodi di particolare travaglio interiore – possono farsi portatori di istanze tanto perturbanti quanto utili al nostro equilibrio psicologico. Jung classicamente distingue due forme di pensiero: quello indirizzato – improntato alla logica, alla ragione, all’adattamento sociale – e quello per immagini – analogico, apparentemente non finalizzato a produrre soluzioni concrete, allo stesso tempo vago e personale. Pensiamo per immagini ogni volta che nella nostra mente allentiamo la presa della razionalità e della coscienza e lasciamo affiorare qualcos’altro, più spontaneo e originario.

 

   Immaginare noi stessi…

L’immaginazione ha il volo dell’angelo e del lampo: varca i mari dove noi rischiammo di naufragare, le tenebre in cui si perdettero le nostre illusioni, i pregiudizi in cui fu sommersa la nostra felicità (Dumas).

Eliade scriveva che è “potere e missione delle immagini mostrare tutto ciò che rimane refrattario al concetto”. Di che si tratta? L’immagine esprime l’esperienza emotiva in forma visibile. Ciò è di immenso valore: da un lato è la possibilità di dare una forma spontanea (sia questa una visione, una musica, un gesto corporeo o altro ancora) ai nostri stati d’animo; dall’altro consente di entrare in relazione con il nostro sentimento. Facciamo un esempio. Posso dire di sentirmi un po’ triste, oppure posso ascoltare ciò che sento e lasciare che da lì emerga un’immagine: mi sento come un prato in un lungo inverno, coperto da neve. Ci sarà qualche animale? Quando ricresceranno i fiori? Entrarci è immediato, così come tentare di interagire: in lontananza scorgo una casetta da cui arriva del fumo; cosa ci fa questa casa nel mio paesaggio interiore? Cosa ha a che fare con me?

Questo ci porta a un secondo elemento, l’immediatezza del pensiero per immagini. Non parliamo di rapidità (ascoltare le proprie immagini interiori può anzi essere lungo o difficoltoso), ma di espressione spontanea. L’immagine è autoctona, nativa; è intrinsecamente mia. Mentre la razionalità e l’intelletto ricorrono ad astrazioni e concettualizzazioni, l’immaginazione è personale e specifica, è espressione diretta di chi la produce. Riuscire ad aprirsi e affidarsi alle proprie immagini è interessarsi di sé nella propria unicità, è prestarsi ascolto e darsi fiducia. Non è facile come potrebbe sembrare, poiché comporta una sospensione del pensiero razionale, quel linguaggio strutturato del nostro io, rassicurante, portatore d’ordine e di coerenza. Rinunciare temporaneamente a questo sapere formale su di sé, ai concetti e ai ruoli con cui abitualmente ci raccontiamo, espone alla fatica di spogliarci metaforicamente dei nostri abiti psicologici. Alle volte può sembrarci sciocco o inutile (“sono qui perché sono depresso, a che mi serve parlare di prati innevati?”), ma in realtà restare sulle proprie immagini può essere una via efficace per riappropriarsi autenticamente di sé.

Non si tratta di pescare a casaccio la prima fantasticheria che ci viene in mente. Secondo Quaglino la terra dell’immaginazione “non è il luogo a cui giungere, ma quello nel quale essere raggiunti”: il lavoro per immagini è sospensione e attesa paziente, occasione di ascolto sincero di sé, pratica di fiducia verso la propria interiorità e di forza d’animo nell’incontrare le proprie ombre. I nostri stessi sintomi – i segnali e le manifestazioni che psiche e corpo ci presentano – possono racchiudere immagini delle nostre difficoltà, dei nostri disagi e momenti d’arresto. “La vera trasformazione inizierà quando le persone sapranno esser fedeli alla propria depressione” scriveva Hillman. Ci va molto coraggio, il coraggio di prender sul serio noi stessi e la sofferenza che ci portiamo dentro. Poco a poco impareremo a specchiarci (a riflettere?) nelle trame che la nostra immaginazione ci propone, in quelle vicende che a partire dai nostri dolori getteranno luce su aspetti meno noti di noi stessi e che sembreranno indicarci alcune direzioni o sconsigliarne altre. Così facendo potremo riconoscere il valore reale delle nostre esplorazioni psichiche e realizzare quanto possano essere il primo passo per un cambiamento profondo. È ciò a cui si riferisce poeticamente Gasca quando scrive che “non è possibile agire o accettare una trasformazione se essa non viene [prima] sognata”. Immaginare i nostri accadimenti psichici introduce al concepimento di altri mondi e possibilità: significati nuovi e nuove direzioni sono ciò che ci attende all’altro capo dell’immaginazione.

 

…e concepire il mondo

Non concepisco perché si concepisca solo il concepibile – è inconcepibile! (Bergonzoni).

Ho parlato fin qui della dimensione immaginale come di una strada o un percorso verso noi stessi, verso la nostra interiorità ed esistenza profonda. Non inganniamoci però: alle volte proprio la via che più si addentra è la via d’uscita. Se immaginare è quel processo e allenamento che ci aiuta a prestare ascolto, a ospitare sentimenti, a tollerare il dubbio e a costruire fiducia, allora immaginare è un’opera di cura e di attenzione non soltanto nei nostri confronti, ma anche verso chi abbiamo accanto (lontano o vicino che sia).

Imparando ad accogliere i miei stati mentali familiarizzo con quell’umanità che tutti abbiamo dentro: con l’emarginato e lo sfruttato che sono in me, con il rifugiato e con il malato, con quelle parti di me che vivono sotto dittatura, che non hanno da mangiare, che hanno bisogno di aiuto. L’altro – il diverso, lo straniero, lo sconosciuto – è già in noi, in tutti noi.

Immaginare può essere anche un atto politico, un gesto di rinuncia ai (pre)giudizi tramite cui guardiamo l’altro e di onesto confronto coi nostri atteggiamenti verso il mondo. Un’assunzione di responsabilità rispetto a ciò che, in un modo o nell’altro, coinvolge tutti. Per occuparci del mondo non dobbiamo aspettare di trovarci bombardati, possiamo curarcene anche a prescindere dai “fatti reali” che avvengono sotto casa. Questo non significa certo ignorare il reale, anzi: preoccuparci di ciò che ancora non è accaduto o che non sta accadendo ora è preoccuparci del possibile e fare il possibile – dentro e fuori di noi – per contrastare onestamente quello che per noi suona sbagliato. Questo vale tanto a livello personale quanto sociale: così come posso cercare di prevenire ingiustizie e prevaricazioni nelle mie relazioni intime, posso curarmi del mio paese, dei miei gruppi e del mio mondo dove sento di poter fare la differenza.

Non possiamo ascoltare il grido dell’umanità già “nei secoli di storia che ci portiamo dentro, nelle nostre trame familiari, nelle nostre vicende psichiche?” (Bergonzoni). Allenandoci a dar forma e voce alle ingiustizie che ci abitano, apprendiamo anche a curarci delle disuguaglianze là fuori. Abbiamo bisogno di un’immaginazione anche della sofferenza e del male, di domandarci che posto occupano in noi le migrazioni, le guerre, i fascismi, le discriminazioni.

Forse imparando a dare asilo alle nostre minoranze interiori iniziamo a costruire quel pensiero che accoglierà e trasformerà realmente la miseria del mondo. All’inizio questo potrà essere un interrogativo interiore, col tempo diventerà azione, decisione, cambiamento, non fosse che nei propri atteggiamenti. Forse la nostra possibilità e capacità di immaginare sono una via possibile per contenere e comprendere anche il mondo là fuori: per concepirlo, per pensarlo profondamente e donargli nuova vita. E questo lo possiamo fare confrontandoci onestamente coi nostri parlamenti interiori sulle forme possibili di convivenza civile fra Stati d’animo, scendendo nelle piazze della nostra testa e lì manifestando per la libertà, per la giustizia e per i diritti di ciascuno; ritrovando lì le macerie prime nostre e dell’umanità, sempre doloranti e forse per questo più bisognose di qualcuno che le sappia ancora immaginare.

 

   Riferimenti:

Bergonzoni A., www.alessandrobergonzoni.it.

Demetrio D. (1996), Raccontarsi. Cortina.

Hillman J. (1983), Le storie che curano. Cortina.

Hillman J. (2003), Il sogno e il mondo infero. Adelphi.

Jung C.G. (1912/52). Simboli della trasformazione. Bollati Boringhieri.

Quaglino G. (2011), La scuola della vita. Cortina.

 

 

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