L’HOMO OECONOMICUS IN PILLOLE: denaro, classi sociali e salute mentale

L’HOMO OECONOMICUS IN PILLOLE

Denaro, classi sociali e salute mentale

Money, so they say

is the root of all evil today.

R. Waters

 

Il denaro, piaccia o meno, è uno dei pilastri della maggior parte delle culture del mondo, soprattutto nell’Occidente “evoluto” in cui viviamo. Lungi dall’essere mero intermediario di uno scambio, esso diventa simbolo e permea molti dei significati che attribuiamo alla nostra relazione con il mondo. L’importanza che questo strumento ha acquisito nel corso della storia dell’umanità è talmente grande che il suo risvolto psicologico, perché non diventasse un riflesso abbagliante, è spesso finito in un angolo cieco, ingabbiato dalla morale, espulso dal discorso esplicito: è lì sotto gli occhi di tutti ma nessuno lo può nominare.

Come professionisti è quindi necessario porre la lente di ingrandimento sul tema del denaro perché, in quanto onnipresente, investe sia il fenomeno che studiamo e su cui abbiamo pretesa di azione, ossia la psiche umana e la sua sofferenza, sia il mezzo principe della nostra attività, ovvero la relazione con l’altro.

Seguendo quella che è la letteratura a riguardo, proponiamo due riflessioni: da una parte il rapporto tra denaro e salute mentale e dall’altro il rapporto tra lavoro terapeutico e precarietà economica.

Per quanto riguarda il primo, esistono alcune ricerche (Costa, 2014; Marmot, 2016) che mostrano come questo tipo di rapporto sia circolare: se da un lato i gruppi sociali economicamente svantaggiati sono più vulnerabili ed esposti ad un maggior numero di eventi critici, dall’altro anche persone di estrazione sociale medio alta che incorrono in un periodo di vita segnata da una precaria salute mentale hanno maggiore probabilità di attraversare anche un periodo di difficoltà economiche. I fattori che influiscono su queste spirali sono semplici quanto insidiosi: eventi traumatici in contesti famigliari difficili, attraversati da dinamiche riconducibili a un contesto economico precario possono far scivolare uno o più membri in una condizione di stress emotivo e, sull’altro lato della medaglia, un periodo di salute mentale precaria può compromettere alcuni aspetti fondamentali della vita quotidiana tra cui il lavoro e il suo mantenimento, andando ad incidere sullo status socio-economico, e a cascata impattare sulle relazioni significative sociali e famigliari che sono spesso un tassello fondamentale per il recupero della stabilità psicofisica e il funzionamento sociale.

Money & Mental Health, una charity inglese molto attiva sul tema, ha condotto alcuni studi mirati circa il rapporto tra denaro e salute mentale. La loro prima ricerca, una survey condotta su un campione di 5000 soggetti, aveva l’intento di esplorare più in profondità i nessi causali tra difficoltà economiche e disagio mentale. Le due domande fondamentali che sono state poste ai partecipanti erano rispettivamente “la tua situazione finanziaria ha aggravato i tuoi problemi di salute mentale?” e viceversa “i tuoi problemi di salute mentale hanno reso più critica la tua situazione finanziaria?”. Dai risultati è interessante un primo dato grezzo: per quanto le risposte affermative a entrambe le domande prevalessero tra coloro che dichiaravano un reddito basso, anche i due terzi di chi guadagnava più di mille sterline a settimana come nucleo famigliare dava la medesima risposta in tal senso. Ciò significa non soltanto che la perdita o la riduzione delle entrate contribuisce all’instaurarsi o all’aggravarsi di una condizione di stress psicologico ma che la generale complessità del sistema economico e finanziario che permea la vita quotidiana può creare dei circoli viziosi da cui è difficile uscire in cui condizioni economiche e condizioni di salute influiscono negativamente una sull’altra soprattutto se c’è poca informazione a riguardo, un clima stigmatizzante e una preparazione lacunosa dei professionisti. Un esempio su tutti, l’esperienza riportata da numerosi partecipanti che, in una situazione di difficoltà psicologica, tendevano a spendere più delle proprie possibilità finendo per dover chiedere un prestito, non sempre e non per forza finalizzato a provvedere al sostentamento di base o al pagamento di spese mediche, anzi spesso dirottando il denaro prestato con un tasso d’interesse per spese accessorie (le cosiddette spese consolatorie) finendo in una spirale in cui l’instabilità economica e quella psichica si saldavano in un’unica cosa.

La relazione tra denaro e salute mentale, quindi, va ben oltre il vecchio e spesso abusato detto “Il denaro non compra la felicità”, perché si configura ormai come una problematica sociale di proporzioni importanti, che incide sulla percezione che larghe fasce della popolazione hanno del proprio malessere/benessere e che, relegato perlopiù nell’ombra, scava la fossa e mina molte possibilità di recovery piene e durature. Siamo però convinti che proprio per questo la consapevolezza e il dibattito debbano portare a riflessioni che vadano oltre il sistema di cura in senso stretto, allargando il discorso ai determinanti sociali di salute. Certo, il lavoro di organizzazioni come Money and Mental Health è importante e vale la pena leggere anche gli altri lavori da loro pubblicati in cui tratteggiano quali passi si possano compiere per far sì che il sistema di cura da un lato e il sistema economico-commerciale dall’altro si attivino per tutelare tutti coloro che cadono o rischiano di cadere in questa rete pericolosa. Allo stesso tempo, e proprio in quanto professionisti della cura, non possiamo esimerci dal considerare come questi fattori siano inestricabilmente collegati con un sistema economico – quello neoliberista – che ha ormai plasmato la nostra cultura e la nostra società e che, nel suo continuo moto di inclusione vorace di nuovi consumatori all’interno dei propri ingranaggi, finisce per alimentare e mantenere stili di vita che, per riprendere l’esempio riportato sopra, assomigliano spesso e volentieri alle cosiddette “patologie da dipendenza” .

Come professionisti, l’avere ben chiaro sia questo movimento circolare che collega il denaro alla salute mentale, sia le cause, ad ampio raggio, che lo sottendono è imprescindibile per tentare di non colludere con i meccanismi che creano e foraggiano il disagio che viene portato all’interno della seduta. Questa considerazione ci porta quindi ad interrogarci su come la questione del denaro e dei significati che riveste possa e debba rientrare a pieno titolo all’interno del processo terapeutico, a partire dal “grado zero”, ovvero l’accesso. Tra i tanti stereotipi applicati alla figura dello psicologo, quello che forse ha un fondo di verità oggettivo, è quello secondo cui gli psicologi si fanno pagare tanto. Fatta salva la libertà di autodeterminarsi, libertà che vale sia per il clinico che decide l’onorario sia per l’utente che decide se utilizzare le proprie risorse per la propria cura, va da sé che le fasce deboli della popolazione, economicamente in difficoltà se non proprio in condizione di povertà assoluta, non sempre hanno la possibilità materiale di potersi rivolgere ad un terapeuta privato, ma solo di accedere ai servizi della sanità pubblica, che hanno evidenti lacune e limitazioni legate alle politiche di austerità e di riduzioni dei costi imposte dalle politiche neoliberiste degli ultimi anni.

Non è un caso che nella letteratura accademica la questione del rapporto tra psicoterapia e denaro compaia sporadicamente. I lavori più interessanti in questo senso sono quelli che cercano di accostare alcuni assunti della psicoterapia con la variabile “classe sociale”. Due ricercatori statunitensi, Kim e Cardemil, hanno pubblicato un articolo sull’adattamento di un protocollo di terapia cognitivo-comportamentale per la presa in carico di persone a basso reddito. Il loro frame teorico muove proprio dalla constatazione del ruolo determinante che la classe sociale gioca nella creazione del substrato in cui la psicoterapia si co-costruisce e ciò sia perché crea delle barriere pratiche e psicologiche dal lato della potenziale utenza (orari di lavoro incompatibili, figli e famigliari a carico che non permettono di gestire incontri individuali, difficoltà economiche, …) sia perché alcuni assunti di base della psicoterapia e quindi dei clinici, come il processo di richiesta di aiuto, la creazione dell’alleanza terapeutica ed il concetto di efficacia, hanno il loro punto di origine nella visione del mondo (quella che Bourdieu chiamerebbe habitus) della cosiddetta “classe media”. Questi assunti, se non adeguatamente analizzati e gestiti, possono interferire non di poco su qualunque fase della presa in carico e sulla relazione terapeutica stessa, laddove per esempio si attiva lo stereotipo per cui la psicoterapia “non funziona” con le fasce svantaggiate che avrebbero invece bisogno esclusivamente di un aiuto di tipo pratico.

L’articolo prosegue poi con l’esposizione di alcune linee guida su come modificare gli strumenti terapeutici esistenti alla luce dell’analisi effettuata nell’introduzione. Centrale, va da sé, è la definizione di classe sociale ed importante per gli autori è sottolineare come questa non sia un attributo “interno” al paziente bensì una manifestazione ed una conseguenza di sistemi di potere che creano e mantengono divisioni sociali e gerarchie. Diviene quindi fondamentale una riflessione da parte del professionista sia di tipo personale sia “di categoria”, che porti alla consapevolezza di quali bias vengano portati in seduta onde evitare di riprodurre dinamiche asimmetriche e classiste (di esclusione sociale) anche a livello interpersonale. Il lavoro terapeutico quindi deve essere esplicitamente e costantemente pervaso da un’attenzione alla classe sociale, in modo che le differenze di status tra paziente e terapeuta da ostacolo possano diventare invece la base dell’alleanza terapeutica e portare ad una definizione del disagio e delle possibili strade per superarlo il più possibile compatibile con le esperienze della persona.

homo oeconomicus

In questo articolo si è tentato di mettere in evidenza quanto sia fondamentale porre l’attenzione sulle questioni del reddito e dello status sociale nel lavoro clinico e di quante insidie e circoli viziosi si nascondano laddove la loro considerazione sia marginale o sottovalutata. Questo è vero a maggior ragione se per clinica non si intende la “cura ortopedica” di una psiche disturbata ma un lavoro che tenti il più possibile di “complessificare” il sintomo, riallacciandone il significato oltre la sfera puramente personale a quelle dinamiche sociali di oppressione che troppo spesso si manifestano, e tali giungono in seduta, in una sofferenza ormai incorporata.

Come Sportello TiAscolto! avvertiamo l’urgenza di portare avanti una riflessione, condivisa da una parte della comunità scientifica, che possa connettere aspetti di carattere clinico con aspetti relativi alla struttura stratificata della società in cui viviamo. Questo accade sia nel nostro lavoro terapeutico, sia durante le autoformazioni e le intervisioni che cadenzano il nostro lavoro quotidiano ma soprattutto ha costituito il nodo da cui ci siamo mossi quando, nello scrivere il manifesto, abbiamo tracciato la nostra linea di demarcazione, il concetto attorno a cui tutto il nostro lavoro ruota: il diritto alla salute (mentale) è economicamente condizionato; la struttura della società incide sia sulla salute delle persone che sulle istituzioni che si dovrebbero occupare della salute, fino ad arrivare ad influenzare la natura della relazione terapeutica.

E’ nostro auspicio che questi temi e questa impostazione vengano sempre più criticamente arricchiti dalla comunità professionale e, ovviamente, dall’opinione pubblica: solo così possiamo sperare in un cambiamento reale tanto nella pratica clinica e nei sistemi di cura quanto nella società in cui viviamo.

Riferimenti bibliografici

Costa, G., Bassi, M., Gensini, G. F., Marra, M., Nicelli, A. L., & Zengarini, N. (2014). L’equità nella salute in Italia. Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità. Milano: Franco Angeli.

Marmot; La salute disuguale. La sfida di un mondo ingiusto. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2016

Kim, Saeromi, and Esteban Cardemil. “Effective psychotherapy with low-income clients: The importance of attending to social class.” Journal of contemporary psychotherapy 42.1 (2012): 27-35.” (lettura e download free)

Krupnick, Janice L., and S. Elizabeth Melnikoff. “Psychotherapy with low-income patients: Lessons learned from treatment studies.” Journal of Contemporary Psychotherapy 42.1 (2012): 7-15(lettura e download a pagamento)

Sito internet “Money and Mental Health”

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