HIKIKOMORI. UNO SPECCHIO DEI TEMPI.

Con il termine giapponese “hikikomori”, che si traduce letteralmente “stare in disparte” o “isolarsi”, ci si riferisce a un particolare fenomeno che ha iniziato a manifestarsi circa una ventina di anni fa in Giappone, ma che non si limita ormai più al contesto sociale nipponico ed è riscontrabile in tutte le società in cui sussistono una classe media fortemente connotata da valori competitivi, un buon livello tecnologico, una forma avanzata di segmentazione e complessificazione del mercato del lavoro, la preminenza della cosiddetta “famiglia nucleare” e un sistema scolastico esteso, che copre molti anni di vita ed è spiccatamente incentrato su classificazioni e categorie di merito.

La diffusione del fenomeno hikikomori nel contesto italiano è documentata da alcune stime non ufficiali che parlano di circa 70.000 ragazzi concentrati soprattutto nelle grandi città del Nord del Paese ed è confermata da una crescente attenzione da parte dei professionisti della salute mentale e dei media.

Non è semplice, tuttavia, acquisire una prospettiva che tenga conto della complessità del fenomeno evitando fraintendimenti e scivolamenti concettuali, teorici, diagnostici e clinici, che sono sempre possibili. In particolare il rischio maggiore è rappresentato, come sempre, dalla riduzione a fenomeno individuale di un fenomeno di natura squisitamente sociale. Solo ed esclusivamente vedendo negli kikomori il sintomo che emerge dall’interazione complessa di processi culturali, economici e sociali è possibile comprenderne a pieno la complessità che lo contraddistingue.

Anche in questo caso però la tendenza dominante è quella di intendere il fenomeno come “il problema” da risolvere anziché uno tra le molte modalità possibili attraverso cui prende voce e forma la sofferenza  nella  società  contemporanea. Del resto, omettere la rilevanza delle determinanti sociali costituisce un’opera tutt’altro che neutra, pericolosamente incline alla legittimazione dei processi che mantengono e producono la sofferenza in ciascun individuo.

Messi questi punti fermi, procediamo alla trattazione. Per far chiarezza e sviluppare i concetti in modo accurato, evitando riduzionismi e semplificazioni, abbiamo scelto di riferirci a un lavoro fondamentale a tal proposito, ovvero il libro dello psichiatra giapponese Saito Tamaki, colui che per primo ha individuato il fenomeno, circoscrivendolo come entità diagnostica a sé stante e dotandolo di una coerenza interna.

Il taglio che viene dato all’analisi dal dottor Tamaki è di natura ovviamente medica, sporadicamente medicalizzante, ma lo psichiatra giapponese riesce comunque a porsi in modo critico e attento rispetto ai paradossi delle categorie diagnostiche e a non trascurare il modo in cui la società (in particolare quella giapponese) contestualizza e determina molta della sofferenza delle famiglie con ragazzi hikikomori.

Quello che emerge dalla trattazione di Tamaki è un quadro caratterizzato principalmente da due processi, che si influenzano vicendevolmente e che si rinforzano in un classico “circolo vizioso”, oltre a produrre una serie di esiti comportamentali e che egli definisce sintomatologici, che risultano però, e lo psichiatra giapponese è molto esplicito al riguardo, secondari rispetto ai processi principali.

I due meccanismi sono:

  1. il ritiro sociale.
  2. la regressione (cioè l’infantilizzazione).

In altri termini, i ragazzi che sviluppano questo disturbo si rifiutano in modo più o meno consapevole di seguire il proprio sviluppo verso l’età adulta o meglio quello che una società si aspetterebbe da un ragazzo “normale”. Qualcosa nella loro adolescenza, che d’altra parte è una fase di passaggio molto delicata per chiunque, risulta a questi giovani individui talmente penoso che essi, per così dire, si bloccano o addirittura fanno “marcia indietro” rispetto a quelle che sono le aspettative sociali sugli obiettivi di sviluppo.

L’età di esordio è circa di quindici anni e il fenomeno interessa soprattutto persone di sesso maschile e figli primogeniti (perlomeno nel campione giapponese a disposizione di Tamaki). Tale concentrazione di questo particolare tipo di sofferenza in individui di sesso maschile suggerisce e sottolinea il ruolo che le aspettative familiari e sociali hanno nel determinare il fenomeno, ruolo evidenziato d’altra parte anche dalla connotazione della primogenitura. In altri termini, spesso diventa hikikomori un ragazzo sul quale erano riposte speranze di successo, e che avrebbe potuto o dovuto diventare il miglior rappresentante della propria famiglia.

Il primo sintomo, che è poi il principale e il vero campo in cui si gioca la partita, è il ritiro scolastico, che nella grande maggioranza dei casi evolve verso un ritiro sociale quasi completo. Alcuni ragazzi mantengono limitatissimi rapporti con il mondo esterno, ma di solito la reclusione che impongono a loro stessi è radicale e spesso i giovani hikikomori faticano persino a uscire dalla propria camera da letto.

Lo psichiatra giapponese insiste molto sul ruolo primario del ritiro. Esso, come abbiamo visto, si accompagna a una forma di regressione, ovvero all’adozione di atteggiamenti che ricordano quelli di fasi di sviluppo precedenti. Il ragazzo hikikomori ha spesso una relazione privilegiata e molto intensa con la madre e può ad esempio parlarle con voce da bambino piccolo e cercare di toccarla o di farsi abbracciare e coccolare, oppure intrattenere con lei estenuanti discussioni che si prolungano per ore senza giungere da nessuna parte.

E’ importante sottolineare che al di là del termine  regressione, spesso abusato in ambito psichiatrico, dietro a tali comportamenti si può nascondere l’ostinato e maldestro tentativo del ragazzo di procedere nella propria vita secondo modalità inedite rispetto a quelli che sono i copioni comportamentali e di sviluppo socialmente attesi e condivisi.

In molti casi i comportamenti di questi adolescenti comprendono anche una disposizione che l’autore definisce da “piccolo despota”. Essi tentano cioè di applicare all’intero sistema familiare le proprie manie e idiosincrasie, minacciando ritorsioni laddove le richieste venissero disattese.

Se da una parte il ritiro sociale tende a farli scomparire, dall’altra, con tali comportamenti e atteggiamenti “regressivi”. è come se i ragazzi hikikomori cercassero di imporre la loro presenza.

Tale imposizione assume la forma della violenza dei ragazzi hikikomori verso la madre (e in alcuni casi anche il padre) che può passare dal verbale al fisico  diventando nei mesi o negli anni un problema per la famiglia, che può richiedere una particolare attenzione e assumere talvolta connotati preoccupanti.

Il meccanismo appena descritto, in cui la violenza verso i genitori da manifestazione di una difficoltà diventa un problema specifico, oggetto di preoccupazione, si applica anche ad altre “sintomatologie”. I giovani hikikomori possono infatti manifestare rimuginio ossessivo, occasionali spunti paranoici e talvolta ideazioni suicidarie. Molto frequenti sono manie e passioni bizzarre, una qualche forma di alterazione dei ritmi circadiani (gli hikikomori tipicamente dormono di giorno e sono attivi di notte) e derive germofobiche o ipocondriache.

Questi meccanismi vengono spiegati dallo psichiatra giapponese sempre in funzione del ritiro prolungato. Ne derivano, cioè, e scompaiono laddove questo si interrompe. La solitudine e la sempre minor familiarità con gli altri esseri umani, producono del resto anche un’ansia sociale in costante aumento.

Inoltre, i ragazzi hikikomori vengono descritti dall’autore come particolarmente sensibili al senso di colpa e alla vergogna. In questo senso le loro sfuriate contro i familiari e la loro fuga dai coetanei li tormentano profondamente, producendo a loro volta altre sfuriate e una sempre maggior convinzione che farsi vedere in pubblico sia qualcosa di terribile.

E’ pertanto parere di Saito Tamaki, che la differenza principale tra un giovane hikikomori e un giovane con una depressione in atto o a rischio di esordio psicotico, sia da ricercarsi nel fatto che l’hikikomori, inizialmente, non ha perso interesse nella vita o negli altri e non ha rinunciato al proprio rapporto con la realtà. E’ semplicemente convinto di non poter soddisfare gli standard che la sua famiglia e la società gli propongono e impongono e non accetta di mostrarsi in pubblico con le proprie debolezze e fragilità.

Questo punto appare cruciale nel comprendere a pieno il fenomeno e la responsabilità degli aspetti culturali che lo producono e lo mantengono.

Con il passare del tempo e col prolungarsi del ritiro, però, lo stesso psichiatra nipponico ammette che il quadro sintomatologico degli hikikomori può aggravarsi al punto tale da renderlo indistinguibile dalle patologie psichiatriche “classiche” sopra citate per le quali non è infrequente un certo uso di psicofarmaci o del ricovero

 

Le cause.

Giunti a questo punto, è spontaneo chiedersi quali siano i fattori, che rendono tanto doloroso il processo di crescita di questi ragazzi e li conducano verso l’isolamento.

La risposta a simili domande non può mai essere generalizzante o univoca ed è buona norma cercare il più possibile di valutare le situazioni caso per caso, famiglia per famiglia e persona per persona, cultura per cultura.

Tuttavia è possibile mettere in risalto alcune regolarità e ipotizzare dei meccanismi patogenetici: sempre procedendo su quanto suggerito da Saito Tamaki, possiamo dire che la sofferenza degli hikikomori si radica infatti in una difficile comunicazione familiare e in un rapporto problematico con i modelli sociali prevalenti. I due fattori, del resto, sono tutt’altro che separati e indipendenti tra loro e si influenzano, come spesso accade, in una causalità circolare.

Per difficoltà nella comunicazione familiare si intende riferirsi a griglie di lettura del comportamento e della comunicazione rigide, fortemente incentrate attorno ad alcuni “nodi nevralgici” e molto povere dal punto di vista emotivo. Tali modalità comunicative familiari spesso sono responsabili di una vera e propria “profezia che si autoavvera”, cioè un meccanismo in cui si producono in modo inconsapevole negli altri proprio i comportamenti che si teme essi esibiscano.

Questi “nodi nevralgici” della comunicazione sono, in un situazione pre-morbosa, i più vari e cambiano da famiglia a famiglia, ma vengono poi sostituiti nella grande maggioranza dei casi dal ritiro sociale del ragazzo hikikomori (oppure dai suoi atteggiamenti violenti), che li riassume e li condensa e occupa quasi totalmente il campo del pensiero, del discorso e del sentimento familiare. Tutti i membri del nucleo familiare sono fortemente influenzati dal ragazzo hikikomori e l’intera comunicazione familiare finisce per ruotre attorno al suo problema e ai suoi sforzi di superarlo. Questo produce in molti casi una riduzione del benessere generale e una sempre maggiore ristrettezza emotiva e persino semantica nella famiglia.

L’altro risvolto della medaglia, quello dei modelli sociali prevalenti, agisce invece, a parere dello psichiatra giapponese, soprattutto attraverso i paradossi insiti nel sistema scolastico e universitario e nel suo rapporto assolutamente particolare con il mondo del lavoro e più in generale con il mondo “adulto”.

Si tratta in altri termini di uno scollamento tra i due sistemi, che dovrebbero essere disposti in modo che uno risulti propedeutico all’altro. Invece, scrive Saito Tamaki: “interagendo con i ragazzi hikikomori appare evidente come gli standard per l’adattamento al contesto scolastico e quelli per l’adattamento sociale siano piuttosto differenti” (p.172).

Con questo egli intende riferirsi al fatto che gli studenti vengono, nei primi gradi di istruzione, indotti a pensarsi come tutti uguali e dotati di “possibilità illimitate” (p.174). Vi è una grande insistenza sul rispetto delle regole e degli altri e sul non precludersi nulla ed esplorare fino in fondo le proprie velleità e i propri sogni di realizzazione personale (o più semplicemente di consumo e godimento).

Con il passare degli anni, però, il sistema scolastico stesso smentisce e confuta questi presupposti, introducendo continue sfide, valutazioni, categorie e sbarramenti, i quali producono un clima fortemente competitivo.

Infine, quando il percorso di studi si conclude, gli individui si trovano di fronte a un mercato del lavoro estremamente “liquido” e complesso e che gli si presenta come ormai francamente e totalmente cieco rispetto ai principi dell’uguaglianza e mettendo ciascuno davanti all’impossibilità della realizzazione illimitata. Il mondo “adulto” richiede il confronto con i propri limiti e prescrive l’apprendimento di capacità emotive, cognitive e personali che si situano su un altro piano rispetto a quelle sviluppate durante gli anni scolastici.

In altri termini, secondo il dottor Tamaki, ciò che gli individui affrontano nelle nostre società, in un processo che si dispiega a partire dai primi anni della Scuola Primaria per giungere spesso alla soglia dei trent’anni o anche oltre, è una graduale disillusione riguardo alle premesse (e promesse) iniziali, cioè che le differenze di capacità personale, reddito, classe sociale, carisma e spregiudicatezza siano irrilevanti e che l’impegno, il rispetto e la buona volontà mettano al riparo da qualsiasi cosa.

Il ragazzo hikikomori, che spesso proviene da una famiglia di classe media, con un padre molto impegnato nel lavoro e nella carriera professionale o comunque che riceve dal proprio contesto familiare forti aspettative di successo (perché ad esempio, fin dalla scuola primaria, appare dotato o brillante), vive questa disillusione in modo terribilmente acuto ed è semplicemente terrorizzato all’idea che al termine del processo egli possa rivelarsi incapace, difettoso, insufficiente. Per questo si ferma e si rifiuta di proseguire, di scoprire che cosa lo attende alla fine della propria adolescenza, che egli si sforza di prolungare in eterno.

In questo senso, Saito Tamaki scrive: “Il modo più semplice per inquadrare il fenomeno è quello di una grande paura del fallimento e di una sensazione di smarrimento di fronte alla complessità della vita moderna” (p.75).

Questo rilievo è legato alle caratteristiche della società nipponica, fortemente gerarchica e connotata di manierismi, rituali e percorsa da una morale del sacrificio e dell’annullamento del sé a fronte dei bisogni sociali. Tali lineamenti etici, provenienti da un retaggio ancestrale, vengono nella contemporaneità giapponese prevalentemente tradotti in una abnegazione lavorativa quasi totale, in un culto della prestazione e in una equivalenza tra l’avere un impiego (meglio se ben pagato) e l’avere una dignità personale ancora più forte di quella in essere nei nostri contesti.

Tuttavia anche nella nostra società non mancano prescrizioni a cui è difficile sottrarsi: più che l’impegno sacrificale e l’etichetta, in Italia e più in generale in Occidente, sono spesso richieste capacità comunicative, una certa spigliatezza, estroversione e la voglia e il coraggio di sottoporsi a una continua esposizione.

I ragazzi hikikomori in qualche modo sfuggono da questi meccanismi. Oppongono alla prestazione e al sacrificio, la mancanza totale di attività finalistiche o competitive e alla continua esposizione, il proprio ritiro.

In realtà, la dinamica è ancora più articolata, poiché in un certo senso il ragazzo hikikomori soffre per una estrema e sfibrante sensibilità e vulnerabilità rispetto ai meccanismi sopracitati. Egli non ne è per nulla alieno, anzi li vive con una intensità tale da non riuscire più a sopportarli.

E’ del resto difficile stabilire a chi appartenga il desiderio di essere adeguato, efficiente e popolare. Indubbiamente si tratta di una aspettativa sociale. Probabilmente in molte famiglie di ragazzi hikikomori, diventa anche un’aspettativa genitoriale.

Altrettanto probabile è che essa filtri nel bambino, futuro hikikomori, che inizialmente se ne fa carico, ma che a un certo punto, in adolescenza (spesso tra l’altro gli episodi scatenanti sono molto sottili e difficili da individuare) decide che quelle richieste e quelle aspettative sono troppo per lui. Non riesce a liberarsene completamente, ma nemmeno più a soddisfarle e il ritiro e la “sospensione” del processo di crescita appaiono l’unica soluzione disponibile.

COSA FARE?

Se, in conclusione, il fenomeno degli hikikomori è un tratto caratteristico dei nostri tempi, se queste famiglie subiscono quelli che Bauman definirebbe come “danni collaterali” del nostro modello di vita, allora attivarsi per riallacciare i contatti tra loro e il mondo che li circonda, si riveste non solo di una valenza umana e psicoterapeutica, ma anche sociale, perché i meccanismi sopracitati producono una sofferenza che ci tocca da vicino nella nostra condizione di individui, cittadini e professionisti. Una sofferenza, cioè, in cui crediamo non sia difficile identificarsi e ritrovare, magari sottolineate o portate all’eccesso, alcune delle contraddizioni con cui ci siamo scontrati e a cui abbiamo dovuto imparare a far fronte.

Fa dunque in qualche modo parte del nostro mandato sociale di psicologi e psicoterapeuti utilizzare le risposte che abbiamo trovato nelle nostre vite come guida nella cura e nell’accompagnamento dei ragazzi hikikomori.

Di certo una risposta all’isolamento è la relazione. Sembra tautologico e quindi in un certo senso inefficace sostenere che la miglior cura per un individuo solo sia riuscire a farlo interagire con gli altri e tuttavia fruire di un rapporto umano in cui è possibile parlare in modo libero e approfondito di sé e delle proprie passioni, desideri e paure è un fattore terapeutico fondamentale. E’ inoltre evidente che il processo debba iniziare in famiglia, che è il principale mediatore tra qualunque individuo e la società che lo circonda.

Come abbiamo visto, però, il dottor Tamaki sostiene che la comunicazione nelle famiglie con un ragazzo hikikomori spesso si mostra rigida, sclerotizzata su alcuni argomenti specifici e dolorosi e viene contraddistinta da accuse reciproche e sensi di colpa. Inoltre, lo psichiatra e ricercatore giapponese riporta un cospicuo ritardo tra l’inizio del ritiro e il momento in cui le famiglie si risolvono a chiedere aiuto.

Tutto ciò è molto significativo. Di certo la vergogna ha un suo peso, ma non va trascurata anche una sensazione di isolamento sociale che non si limita dunque al ragazzo che presenta il sintomo, ma si estende al nucleo familiare nella sua interezza, che può percepirsi come privo di sostegno.

In altri termini, i membri di una famiglia comunicano meglio e in modo più libero, se non si sentono scollegati dalla società che li circonda. Al contrario, è sicuramente difficile prescrivere a un figlio hikikomori un’apertura e una fiducia verso un mondo che non si sente vicino e in cui ci si sente poco considerati o continuamente sfidati a offrire prestazioni eccellenti.

In conclusione, ci sentiamo dunque di enfatizzare l’importanza, nella terapia di questi ragazzi più ancora che in altre situazioni, della sensibilizzazione sociale e dell’attivazione di una rete di Servizi e di professionisti della salute mentale che siano sia teoricamente, che clinicamente preparati e che non lascino i ragazzi hikikomori a una dicotomia depauperante del tipo: “è solo un ragazzo viziato che scappa dalle sue responsabilità, oppure è pazzo (depresso o psicotico) e va trattato con i farmaci”.

Fortunatamente, il panorama delle associazioni, dei siti internet e dei Centri che si occupano di hikikomori in Italia si è fatto negli ultimi anni sempre più ricco. Ci limitiamo però ad avanzare un’unica perplessità al riguardo, notando come spesso il fenomeno degli hikikomori venga inquadrato all’interno dell’area più vasta delle “nuove dipendenze” e in particolare della dipendenza da internet o, in alcuni casi, dai videogiochi.

Questa concezione può risultare fuorviante, perché la tematica della dipendenza si manifesta negli hikikomori sempre secondariamente rispetto a quella del ritiro e, inoltre, perché molto spesso l’adesione a forum, communities o semplicemente il chattare con i propri alleati o avversari in un videogioco online è l’unica forma di relazione rimasta a questi ragazzi e costituisce come tale un tentativo di auto-guarigione e un, seppur inusuale, legame con la società e con l’Altro, che è assolutamente sconsigliabile interrompere od ostacolare (ovviamente al netto dei pericoli e delle caratteristiche insidiose della socializzazione virtuale, che non vanno trascurati).

a cura di Giulio Corrado e Sportello TiAscolto

Bibliografia:

 

Bauman, Zygmut (2008). Consumo dunque sono. (edizioni Laterza).

Bauman, Zygmut (2013). Danni Collaterali. Disuguaglianze sociali nell’età globale. (edizioni Laterza).

Tamaki, Saito (1998). Hikikomori. Adolescence Without End (traduzione dal giapponese all’inglese di Jeffrey Angles, copyright 2013 dell’Università del Minnesota. Pubblicato da “University of Minnesota Press”). Le citazioni riportate in italiano nel testo sono eseguite dall’autore dell’articolo, che traduce dall’inglese.

 

 

 

 

 

 

 

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *