Chi siamo

La nostra Mission

Lo “Sportello TiAscolto!” è uno sportello sostenibile di ascolto, sostegno psicologico, counseling e psicoterapia. E’ composto da un team di psicologi di diversi orientamenti tutti impegnati nel contrasto all’esclusione sociale e alle disuguaglianze di salute. E’ nato all’interno del Turin Youth Centre, una rete di associazioni attive sul territorio ed è attualmente erogato dall’A.P.S. “CreAttiva”, con il patrocinio delle Circoscrizioni 1 e 7 del Comune di Torino.

La nostra Mission è partecipare alla tutela del diritto alla salute intervenendo su alcune delle variabili che limitano, condizionandola, l’accessibilità ai servizi.

Consapevoli e dispiaciuti delle difficoltà del Servizio Sanitario Nazionale e dell’esclusione generata dalle forze del mercato, il nostro obiettivo è quello di creare uno spazio in cui le sofferenze specifiche di questo periodo storico e di questo contesto sociale possano essere messe nella condizione di prendere attivamente parola per diventare un motore di cambiamento individuale e sociale.

 

Il nostro Servizio

Nell’arco della vita è naturale per ciascuno passare attraverso esperienze difficili. Molti possono essere i motivi, alcuni possono dipendere da noi, altri no. In tutti questi casi la vita diventa molto faticosa e capiamo che diventa necessario, allora, cambiare qualcosa per tornare a vivere come vorremmo. Inoltre in questo particolare periodo storico la precarietà e l’incertezza, costituendo lo sfondo su cui ci muoviamo quotidianamente, diventano anche il nostro paesaggio interiore, spesso il riflesso inquietante del mondo esterno; in questo scenario rischiamo di sentirci travolti dalle nostre difficoltà. Non è necessario essere nullatentente per poter sperimentare condizioni di disagio e malessere, né tantomeno l’esperienza della sofferenza può essere ricondotta esclusivamente alla “malattia”. Non è vero che si è malati perché si soffre né, viceversa, che si soffre solo perché si è malati. Ogni tanto è semplicemente difficile poter trovare qualcuno a cui chiedere aiuto.

E’ da queste considerazioni che nasce l’esigenza di creare un servizio sostenibile di sostegno psicologico accessibile a tutti, senza discriminazioni di sesso, razza, colore della pelle, origine etnica o sociale, orientamento sessuale, lingua, religione, convinzioni personali, opinioni politiche, appartenenza ad una minoranza nazionale, patrimonio e disabilità fisica o mentale, “diagnosi”, al fine di permettere ad ognuno, in base alle proprie possibilità, di superare i propri momenti di naturale difficoltà e di crisi e contribuire tramite questo a costruire una società più libera e giusta.

Riuscire a chiedere aiuto costituisce già il primo gradino per affrontare a testa alta e con i piedi ben radicati a terra le proprie difficoltà, è già essersi resi attivi.

Di che cosa si tratta?

Si tratta di un servizio di sostegno psicologico, counseling e psicoterapia, di uno spazio in cui poter parlare con uno/a psicologo/a professionista delle difficoltà che si possono incontrare nel corso della giornata o in particolari momenti della vita. E’ un luogo in cui poter essere ascoltati e aiutati a trovare la lucidità necessaria per riappropriarsi della propria vita e trovare le risorse per un cambiamento profondo.

A seconda dell’esigenza è possibile attivare un percorso di counseling, di sostegno psicologico o di psicoterapia.

Manifesto

Il diritto alla salute rappresenta un diritto inviolabile e universalmente riconosciuto nonché una risorsa necessaria per l’esercizio di molti altri diritti. L’accessibilità alle cure, nella misura in cui l’accesso ai servizi è economicamente determinato, purtroppo costituisce uno dei principali ostacoli che s’interpongono tra la persona e la sua concreta possibilità di realizzare tale diritto.
In Italia, pur avendo un sistema pubblico che, almeno sulla carta, garantisce l’accesso alle cure di tipo specialistico, siamo però molto carenti se spostiamo il focus sul diritto alla salute mentale. Al giorno d’oggi un adulto che incontri un periodo di difficoltà personale ha davanti a sé poche alternative per affrontarlo: può rivolgersi a uno specialista privato, mettendo mano al portafogli e sborsando mediamente non meno di 50 euro all’ora; può portare la propria domanda di salute al medico di medicina generale, che per quanto abbia spesso una buona attitudine all’ascolto ha comunque un bacino d’utenza di circa mille pazienti per cui finirà sempre per prescrivere qualche compressa o goccia che sia, per dormire o per aggiustare l’umore in su o in giù; oppure può “sperare” che le sue difficoltà aumentino, che lo portino a un disagio marcato e che, sempre senza risposte, il tutto sfoci in una “patologia conclamata” che porti la persona ad accedere al proprio diritto ad avere una diagnosi e un trattamento farmacologico, un colloquio ogni tanto e forse qualche spicciolo dai servizi sociali.
All’interno di questo quadro l’attuale crisi economica rappresenta un fattore di rischio molto insidioso: una cornice che moltiplica, a livello sociale e strutturale, le difficoltà del servizio pubblico e a livello individuale, le difficoltà dei soggetti più vulnerabili che si trovano senza strumenti sufficienti e né adeguati a fronteggiarla.
Si rendono così necessari servizi in grado di posizionarsi tra le difficoltà del Sistema Sanitario Nazionale, articolato su base regionale, e le difficoltà degli individui travolti dalla crisi, con un duplice obiettivo. In primo luogo a livello sociale: lavorare verso una maggiore accessibilità, non più economicamente condizionata, al fine di prevenire l’insorgenza di quote di sofferenza nella popolazione più vulnerabile e di patologie psichiche prima che queste diventino conclamate. In secondo luogo, a livello dell’individuo, fornire un precoce supporto a tali persone, le cui difficoltà economiche rischiano di riverberare sulla vita psichica propria, della propria famiglia e della collettività, aiutandole ad identificare strumenti adeguati rendendo tali problemi consapevoli e insieme trovando soluzioni percorribili.

Siamo consapevoli della grande forza potenziale della psicologia, forza che però nel tempo non ha potuto che trovare espressioni ambivalenti che hanno condotto a risultati controversi, spesso intrisi di svariate forme di violenza. Foucault, seppur non per primo, ha svelato con esemplare lucidità l’uso repressivo e coercitivo con cui ci si è avvalsi della scienza psicologica quando ancora questa riposava sotto le vesti della consustanziale medicina; uso che ha evidenziato il carattere strumentale dei dispositivi che hanno nel tempo preso in carico il disagio mentale, troppo spesso inconsciamente al servizio di più estese e pervasive forze di carattere morale e politico, nell’ottica di lucidi programmi di igiene sociale. Al giorno d’oggi chi, a causa di condizioni socio-economiche particolarmente sfavorevoli, non potendo accedere, come si è detto, al servizio pubblico se non in caso di patologia conclamata, volesse afferire ad un servizio di psicologia del privato sociale, di fronte al prezzo della tariffa, senza disporre di alcun potere contrattuale, si ritroverebbe doppiamente escluso: sia dalle condizioni sociali che gli permettano di poter godere di una vita felice e densa di significato che dalle risorse necessarie per far fronte a questa frustrazione. Si ritroverebbe così, vittima di una violenza produttiva prima ed istituzionale poi, travolto in un duplice scacco esistenziale.
Non è raro sentire parlare specialisti delle scienze umane e psicologi di temi sentiti come urgenti come l’inclusione e la partecipazione sociale o l’autodeterminazione. Dobbiamo però constatare che tali eminenti studiosi si riferiscono, in relazione a questi temi, sempre e soltanto a quell’insieme privilegiato di persone che hanno la fortuna di potersi, letteralmente, comprare l’accesso a tali diritti. Sicché con tale accesso si aprirebbe la porta, non già ad un diritto universale, custodito gelosamente dalla collettività ed espressione preziosissima della suo stato di salute, ma ad uno dei privilegi, particolari e contingenti, di cui si può o meno avere la fortuna di usufruire. I diritti possono dirsi tali solo nella possibilità che ha la cittadinanza tutta di poterne usufruire: se non appartengono a tutti i diritti prendono la forma del privilegio. L’insufficiente disponibilità economica di un soggetto in questo scenario non gli permette di accedere a quello stato di soggetto-di-inclusione, soggetto-di-partecipazione e soggetto-di-autodeterminazione, impedendogli nei fatti di diventare compiutamente Soggetto. Viene così introdotto uno iato profondo e dolorossissimo tra la realizzazione in potenza delle sue capacità, e la possibilità, economicamente limitata, di tale realizzazione in atto.
Si fa un gran parlare del rischio dell’esclusione, da parte di specialisti e professionisti, senza la benché minima consapevolezza del modo in cui il proprio agire nel mondo, all’interno del dispositivo in cui si opera, molto spesso non fa che riattualizzare tale movimento di esclusione. Basaglia la chiamava “violenza tecnica”, riferendosi a quella violenza derivante dall’accettazione acritica del proprio mandato sociale, come psichiatra, e ammoniva rispetto al rischio sempre presente quando “noi garantiamo dunque un atto terapeutico che non è che un atto di violenza verso l’escluso”. In assenza di una riflessione profonda che muova anche da queste suggestioni, lo psicologo, tramite il proprio lavoro, insieme a psichiatri, psicoterapeuti, e assistenti sociali rischia di assumere quel ruolo di appaltatore di un potere e di una violenza connaturata in ogni società, quella stessa violenza strutturale di cui parlava Farmer. Questi operatori dello psichico e del mentale, sotto tale diversa luce, iniziano ad assumere diverse coloriture, prendendo le sembianze dei nuovi amministratori della violenza del potere “nella misura in cui non fanno che acconsentire […] il perpetuarsi della violenza globale” e in cui il loro compito è quello di adattare le persone ad accettare la loro condizione di “oggetti di violenza”.
Da tale consapevolezza relativa al rischio, sempre presente, di diventare complici ed artefici di condizioni di esclusione, deriva l’urgenza della coscienza del proprio posizionamento all’interno del sistema socio-culturale in cui si è inseriti: non possiamo che abbandonare quell’innocenza complice, cieca ai contesti sociali, politici, culturali ed economici con cui e in cui ci muoviamo. Ogni dispositivo creato in questo sistema economico non può che essere ad esso funzionale; non solo: ogni servizio è indissolubilmente legato ai valori dominanti della classe egemone che li crea e li determina, in nome di una norma sociale, osservava Jervis. Così la funzione di ogni servizio “innocentemente” inconsapevole sarà evidentemente quella di mantenere questi valori e queste norme. Ogni servizio lungi dall’essere inteso come dato, entità del mondo naturale, costituisce il prodotto di una serie di forze e valori societari che vengono erogati, sottotraccia, in maniera sincrona alla prestazione. Come da uno sfondo, ogni dispositivo, emerge in quanto insieme di valori di cui è emanazione. Così, ogni dispositivo è generato da valori, che a sua volta genera e riproduce, nel suo diventare atto clinico nel mondo.

Il desiderio vivo di creare uno sportello sostenibile nasce dall’intima consapevolezza della sofferenza e del malessere (talvolta anche gravi, sotto le forme della patologia) che emergono dall’esclusione generata da fattori economici, nei termini di accesso alla possibilità di godere del diritto alla salute; dalla coscienza che la cura si è fatta complice del male che vorrebbe curare.
Rifiutiamo un’idea di psicologia che abbia “sotto gli occhi il risultato di una violenza che è sua, della società e dell’istituzione”, come sosteneva Basaglia a proposito della psichiatria.
Identifichiamo lo spazio della Salute individuale nell’intersezione tra il terreno del sanitario e quello del sociale e crediamo che qui sbocci come Diritto inalienabile, insieme fine ultimo e strumento per l’esercizio di altri diritti inalienabili.
Vogliamo porci come vettore in grado di muoversi le forze del Servizio Sanitario Nazionale pubblico, consapevoli della sua importanza come della sua criticità in questo momento storico, ed il privato puro, sempre più volto alla massimizzazione del profitto. Vogliamo garantire un servizio psicologico di professionisti accessibile al di là delle possibilità economiche dell’individuo e sostenibile a livello sociale.
La piena realizzazione del nostro mandato sarà in essere solo ed esclusivamente nell’articolazione del nostro lavoro lungo due direttrici, distinte, ma non separabili se non surrettiziamente: la prima individuale, tesa all’autoconsapevolezza nell’individuo del proprio modo di esperire il mondo ed organizzare tale percezione, ed una seconda di carattere sociale, volta all’azione dell’individuo, anche in forme partecipative, su quegli elementi che costituiscono per esso gli ostacoli nel mondo che impediscono la realizzazione e la ricerca di senso.
Rinneghiamo un certo utilizzo della diagnosi, sia nella sua funzione violenta e stigmatizzante di demarcazione di un confine discreto tra sano e patologico, normale e anormale sia nel suo uso medicalizzante e tendente alla pervasiva patologizzazione di comportamenti comuni senza alcuna rilevanza clinica.
Pur non costituendo la patologia il nostro interlocutore privilegiato ma il territorio cui sottrarre ostinatamente individualità, rappresentiamo la malattia, la cura e la persona non come fatti di per sé, dati-nel-mondo, ma come i prodotti emergenti dall’interazione nell’esperienza di un sistema, individuale e biologico, con un sistema sociale, politico, culturale ed altresì economico.
Riteniamo che la salute della società e quella individuale siano tra loro implicate in un rapporto di causalità circolare.
Lo spazio del nostro lavoro si colloca all’interno di tale relazione, ispirato dai valori di equità, giustizia, libertà, sostenibilità, partecipazione e cooperazione.