7 Aprile 2020: Salute per tutte e tutti, ora!

Il 7 aprile sarà #salutepertuttietutte

L’articolo 32 della costituzione recita “la salute è un interesse della collettività“. Rallentare la produzione per permettere a tutti e tutte di ricevere delle cure di qualità e un trattamento umano significa ribadire il primato di un diritto universale rispetto agli interessi economici. Tuttavia, perché questa non rimanga pura retorica, ad una responsabilizzazione dei singoli cittadini deve corrispondere un intervento e un sostegno pubblico efficace, organico, adeguato ed orientato alla salute della comunità prima di tutto.

In questi giorni, in seguito ai decreti ministeriali in risposta all’emergenza causata dall’epidemia di Covid-19, la responsabilità nei confronti dei più fragili è stata riversata sui singoli e sui loro comportamenti individuali mentre la politica si è mossa in maniera confusa, poco informata e talvolta irresponsabile. A questa reazione disorganizzata delle istituzioni si aggiunge un sistema sanitario sofferente e depotenziato a cui mancano le risorse necessarie a fronteggiare l’emergenza adeguatamente.

In maniera simile alla crisi finanziaria del 2008, nei paesi industrializzati abbiamo sottovalutato il rischio sistemico, nel caso odierno la pandemia, collegato alla nostra struttura produttiva e sociale. Fino a quando non ci siamo ritrovati a contare i cadaveri non abbiamo ascoltato gli esperti che monitoravano il rischio sanitario e che mettevano in discussione la sostenibilità del nostro sistema produttivo e del nostro stile di vita. In questo modo il sistema di cura e protezione sociale si trova ad operare in un regime cronico di emergenza e scarsità di risorse, purtroppo assunti come inevitabili dati di fatto.

Per questo vogliamo ribadire l’importanza di una risposta collettiva e politica alle difficoltà che attraversiamo e attraverseremo, partendo da un’analisi critica delle responsabilità politiche dell’entità della tragedia sanitaria a cui assistiamo. Al di là dell’orizzonte temporale immediato dell’emergenza, soluzioni pubbliche e democratiche sono le sole in grado di prevenire gli effetti di eventi catastrofici di questa portata, che peraltro gli esperti reputano molto probabili nel futuro prossimo. Per questo vogliamo mettere al centro del dibattito lo stato di salute del sistema sanitario nazionale, il suo finanziamento in rapporto al privato, la sostenibilità delle economie industriali avanzate e l’idea stessa di salute. Questo 7 Aprile, giornata mondiale contro la privatizzazione della salute, ripartiamo da qui. Perché una collettività in salute è possibile solo là dove esiste una salute pubblica e partecipata.

Privatizzazione e tagli al Ssn

Di fronte ad una crisi sanitaria di dimensioni epocali il Servizio Sanitario Nazionale è sull’orlo del collasso, rivelando tutta la sua cattiva salute. Sono circa 37 i miliardi complessivi di tagli alla sanità negli ultimi 10 anni, le strutture sono inadeguate, si sono persi circa 70.000 posti letto. Secondo dati OECD la Corea del Sud, dove la letalità del Coronavirus è stata bassissima, è la seconda nazione al mondo per numero di posti letto negli ospedali del servizio sanitario nazionale (13 ogni 1000 citta-dini) mentre l’Italia si classificherebbe alla ventiseiesima posizione (3 ogni 1000). Sebbene i dati di letalità e posti letto vadano considerati rispettivamente al netto dell’età media della popolazione e dell’efficienza del sistema sanitario, è chiaro che un possibile contenimento degli effetti della pan-demia passi dalla capacità di reazione. I dispositivi di protezione individuale (soprattutto le masche-rine) scarseggiano, come gli operatori sanitari, che vengono utilizzati (e celebrati) come fanteria du-rante la prima guerra mondiale. Il coronavirus non è il principale responsabile di questa crisi, mal-grado l’abbia notevolmente accelerata. Quella che stiamo vivendo è una crisi che ha origini lontane ed è la conseguenze di precise scelte politiche. La responsabilità è sulle spalle di tutti quei governi che negli ultimi 40 anni hanno tagliato miliardi al budget del SSN, e che hanno trasformato, tramite un processo di aziendalizzazione, la salute in una merce come le altre.

Altrettanto rilevante è la considerazione che l’ibridazione con il privato ha portato il sistema sanitario a specializzarsi su settori di nicchia e potenzialmente più remunerativi. Il sistema sanitario privato non ha interesse ad investire in quelle attività e funzioni “sistemiche” essenziali (come ad esempio la rianimazione) per affrontare le emergenze. Queste prerogative sono tipicamente pubbli-che proprio perché non remunerative e vengono meno con lo spostamento di risorse dal sistema pubblico a quello privato (attraverso l’espansione di assicurazioni sanitarie e casse mutue). Ne sono un esempio le funzioni di informazione, logistiche e di coordinamento. Queste funzioni essenziali nei momenti di crisi dovrebbero: informare le policies sanitarie basandosi su dati scientifici ed epi-demiologici aggiornati; coordinare nel tempo e nello spazio le diverse istituzioni sanitarie altrimenti frammentate; attuare protocolli di emergenza come ad esempio l’istituzione di corridoi sanitari al-ternativi all’ospedale.

Ci sembra particolarmente rilevante che la regione a maggior rischio collasso sia proprio la ricca Lombardia, da tempo l’avamposto della crescente ibridazione fra pubblico e privato. In particolare, la provincia di Bergamo sembra essere tra le più interessate dalle “privatizzazioni” con meno del 40% delle strutture sanitarie di natura pubblica. Nella bergamasca lo spostamento di risorse e di pre-ponderanza organizzativa verso il settore privato ha causato una paralisi decisionale, logistica e di risorse. Questa paralisi ha portato per esempio la Lombardia a non disporre di alternative all’ospe-dalizzazione dei contagiati (superiore al 60% dei casi nelle provincie più colpite), che a sua volta ha contribuito in maniera decisiva all’espansione del contagio.

Come se ciò non bastasse, questa crisi costituisce un’ulteriore possibilità di lucro per la sanità pri-vata, vista la maggior facilità con cui si potranno stipulare accordi economici con strutture non accreditate e all’indennizzo più che vantaggioso previsto dal decreto del 17 marzo nell’eventualità della requisizione degli stabili.

Salute vs Produzione

A quasi un mese dal primo decreto per l’emergenza COVID, se proviamo a delineare quale sia stato il comune denominatore delle misure intraprese ci sembra evidente che la preoccupazione maggiore fosse la salvaguardia di produzione e interessi economici, finchè possibile, addossando rischi e responsabilità sui cittadini che, pur continuando a lavorare, non avrebbero però dovuto uscire di casa, neppure per andare al parco. Si è scatenata così una caccia all’untore, sui social come dai balconi, in cui la responsabilità civica si misurava in numero di disobbedienti denunciati. Nel mentre molte fabbriche e aziende rimanevano aperte senza garantire gli standard minimi di sicurezza, i lavoratori della logistica non potevano fermarsi, così come i rider, i dipendenti dei servizi commerciali e tanti altri lavoratori e lavoratrici che esponevano sé stessi e le loro famiglie al rischio del contagio. La messa a punto di dispositivi di welfare che garantissero a tutti la possibilità di restare a casa è iniziata con molto ritardo ed è ancora in dubbio per molte categorie. Se dal punto di vista sanitario queste misure si sono rivelate inefficaci, dato che per rallentare il contagio la popolazione dovrebbe trascorrere meno tempo in spazi chiusi, dal punto di vista sociale esse profilano i caratteri di un’ingiustizia.

Anche con il decreto firmato il 22/03/2020, malgrado sia tristemente evidente che fermare la produzione sia l’unico modo per arginare i contagi, le misure sono di facciata, e in extremis il governo ha dovuto aggiungere una serie di postille, pretese da Confindustria, per ridurre al minimo le perdite produttive a scapito della salute di noi tutte/i. In seguito al decreto rimangono impegnati circa 3,5 milioni di lavoratori, circa il 25% della forza lavoro italiana. La situazione nel bergamasco è, anche in questo caso, paradigmatica. La stessa provincia da cui oggi vediamo partire convogli militari che trasportano cadaveri è fra le più ricche e produttive d’Italia: la zona della Val Seriana

fra Alzano Lombardo e Nembro, i due focolai del contagio, comprende 376 aziende, che impiegano 3700 dipendenti per un fatturato annuo di 680 milioni di euro. Nel bergamasco le fabbriche e i negozi sono rimasti aperti anche grazie alle pressioni del Distretto di Commercio di Bergamo, che con tanto di clip musicale accompagnato dall’hashtag #bergamononsiferma, invitava allo shopping (28 Febbraio). L’hashtag accelerazionista è stato copiato dal #milanononsiferma di Beppe Sala, che il giorno prima dichiarava: “Milano, milioni di abitanti. Facciamo miracoli ogni giorno. Abbiamo ritmi impensabili ogni giorno. Portiamo a casa risultati importanti ogni giorno perchè ogni giorno non abbiamo paura. Milano non si ferma”. Quel “non abbiamo paura” testimonia l’anaffettività e spregiudicatezza di una società incapace di discostarsi dai propri automatismi. Ne abbiamo visto le conseguenze: metropolitane affollate fino a Marzo inoltrato e migliaia di morti. Sempre il 28 Febbraio, faceva eco a questo leitmotiv il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, che poi ammetterà: “Abbiamo pensato che si potesse tenere insieme la prudenza, il rispetto delle regole, le distanze di sicurezza, e la vita normale. Eravamo preoccupati per il virus, ma anche per le attività economiche delle nostre città. Ma quell’equilibrio non poteva reggere”. Il 4 marzo difronte all’impennata di contagi nel suo comune, il sindaco di Alzano Lombardo, Camillo Bertocchi dichiarava: ”Accetteremo quello che gli organismi superiori definiranno, so che la comunità scientifica sta per esprimere un parere in merito e ci sarà poi il filtro della politica, che dovrà tenere conto della nostra particolare situazione economica, che è molto strutturata. Mi aspetto che in questa valutazione ci sia un capitolo relativo all’industria che senza una soluzione di continuità proporrebbe danni incalcolabili”. In breve, gli amministratori delle aree maggiormente colpite (ad oggi probabilmente quelle con il maggior numero di contagi sul totale della popolazione a livello mondiale) hanno agito in maniera poco informata, privilegiando in prima istanza gli interessi economici, influenzati dai rapporti di forza che in queste zone altamente produttive vedono il settore industriale avere maggiori interessi e potere politico (si confrontino ad esempio tempestività ed efficacia delle misure contenitive nella provincia bergamasca e lodigiana, la seconda a vocazione più agricola e commerciale). L’11 Marzo si fa portavoce di questi interessi il presidente di Confindustria Marco Bonometti che, mentre la Regione Lombardia decretava la zona rossa in tutto il suo territorio, dichiarava: «indispensabile la necessità di tenere aperte le aziende», per non «dare all’estero un segnale di mancata capacità produttiva difficile da recuperare nel breve periodo». Non è nostro intento fare un processo mediatico alle personalità sopracitate. Riportiamo queste considerazioni per criticare pratiche e valori del sistema politico, culturale e sociale di cui sono espressionee che crea, riproduce e legittima profonde disuguaglianze. Una società di questo tipo sarà necessariamente incapace di percepire i rischi a cui va in contro e si troverà in un cronico stato di emergenza.

Non è salute se non è globale

C’è un altro aspetto che riteniamo importante sottolineare. Di quale salute stiamo parlando? E salute di chi? È ormai evidente che le conseguenze più devastanti di questa pandemia saranno sociali ed economiche. La crisi fa emergere con maggior evidenza processi sommersi di esclusione e marginalizzazione già in atto precedentemente ad essa, dai quali non si può prescindere per valutare lo stato di salute dell’intera comunità. La salute, così come la malattia, è il risultato di processi complessi di carattere culturale, sociale, affettivo, economico e politico. Nonostante sia ormai da anni che l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia definito la Salute come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”, questa concettualizzazione sembra rimanere solo sulla carta. Risulta chiaro che la salute di cui il governo intende occuparsi, è soprattutto quella fisica, biologica: un corpo sano abbastanza da andare a lavorare! Ancora una volta abbiamo davanti agli occhi gli effetti dello sguardo miope con cui molte istituzioni approcciano la salute, intensa come mera assenza di malattia, rischiando di dimenticarsi delle dimensioni psicologiche e sociali e di scaricare il peso della crisi sui legami sociali e sulla salute relazionale e affettiva dei cittadini.

La quarantena è necessaria a tutelare la salute di tutte e tutti ma sembra scarso l’interesse sulla potenziale esacerbazione della sofferenza psichica, evidenziata anche da alcuni studi sulle misure di distanziamento sociale attuate in Cina: le persone messe in quarantena avevano una probabilità maggiore di quattro volte di sviluppare un disturbo post traumatico da stress rispetto a un gruppo di controllo non in quarantena. Coerentemente, il disturbo più frequentemente diagnosticato, alla fine della quarantena, è stato il disturbo acuto da stress.

La condizione di segregazione forzata in casa si basa sull’assunto che ogni persona abbia uno spazio adeguato e sicuro in cui stare, con legami interni alla famiglia stabili e senza alcuna necessità di sostegno esterno. Questa condizione non è generalizzabile: i tagli al welfare (non solo alla sanità), l’aumento dei working poors e la precarizzazione del lavoro hanno eroso patrimoni, risparmi e reti sociali, rendendo cronica una condizione di precarietà ed incertezza che rischia di sfociare in violenza domestica o di essere accompagnata da sofferenza psichica. Questa sofferenza già in tempi “normali” è spesso ignorata, e la sospensione dell’ordinarietà in molti casi ha interrotto i servizi di base alla persona e i servizi socio-assistenziali fondamentali per molti.

Sebbene in alcune realtà gli operatori continuino a garantire assistenza e cure sia nei servizi che al domicilio dei pazienti, in altre, dove i centri di salute mentale hanno sospeso attività ordinarie e riabilitative, c’è il reale rischio che il contenimento del virus faccia collassare situazioni familiari già di per sé precarie. Il peso dell’assistenza ricade così interamente sulle famiglie, traducendosi in forme di frustrazione incontenibili che possono risultare pericolose oltre che dolorose. L’impennata dei ricoveri è stata in questo senso allarmante, a Torino abbiamo assistito ad un aumento vertiginoso dei Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO). Basti pensare che nella giornata del 20 marzo nel capoluogo piemontese si sono verificati nove TSO, a fronte della media di 180 – 200 trattamenti all’anno (meno di uno al giorno). I servizi di salute mentale già soffrivano di una condizione di grande fragilità e disomogeneità, sia nella organizzazione dei servizi che nelle pratiche operative, la pandemia non ha fatto che far emergere cioè che prima era invisibile.

Inoltre non c’è alcun accenno nei decreti alla salvaguardia della salute psichica e dei rischi del burnout nel personale medico sanitario che vive un profondo senso di incertezza. Si tratta delle persone più esposte al rischio di contagio (con quello che ne consegue a livello familiare) allo stress lavoro correlato.

Fattori antropici ed ecologici

I rischi collegati a fattori climatici e ambientali vanno considerati anch’essi come un’esternalità negativa dell’economia globalizzata neoliberista e della produzione industriale, e in quanto rischi sistemici non possono essere assunti dai singoli cittadini, ma sono responsabilità della collettività intera. E’ancora preliminare l’evidenza scientifica a favore di una correlazione tra la diffusione del Covid-19 e l’inquinamento atmosferico, anche se alcuni studi mostrano una relazione tra concentrazione di particolato atmosferico e diffusione del virus. Anche la prognosi di malattie come SARS e Covid-19 sembra essere influenzata negativamente dall’esposizione all’inquinamento atmosferico1. L’inquinamento atmosferico è infatti associato ad un aumento della mortalità dei pazienti con SARS nella popolazione cinese, probabilmente poiché, come è stato dimostrato, l’effetto dell’inquinamento atmosferico sul sistema respiratorio è sinergico al meccanismo autoimmune (tempesta di citochine) che rende fatali SARS e Covid-19. Più in generale, gli effetti sull’ambiente dell’attività dell’uomo sono da tempo riconosciuti come fattori cruciali nella nascita e diffusione di malattie potenzialmente disastrose per la salute globale.

L’OMS avvertiva già nel lontano 2007 che le infezioni virali, batteriche o da parassiti sono una delle minacce più consistenti in un Pianeta dove gli effetti del cambiamento climatico si fanno sempre più gravi. La maggioranza delle malattie infettive emergenti diffusesi negli ultimi decenni come SARS, HiV ed ebola, sono zoonotiche, cioè trasmesse dall’animale all’uomo. Ad esempio il coronavirus era ospitato dal pipistrello, portatore sano del virus poi passato all’uomo. Diversi studi hanno mostrato come i rapidi cambiamenti climatici ed ecologici prodotti dall’attività umana innescano una serie di reazioni a catena che spingono gli animali al di fuori delle loro solite nicchie ecologiche favorendo il contatto umano coi vettori, spesso portatori sani di queste malattie2. Deforestazione, estrattivismo, consumo del suolo, aumento delle temperature, urbanizzazione e in generale tutte le alterazioni di equilibri naturali stabiliti nel corso di millenni aumentano il rischio del così detto spillover, ovvero del contagio dell’uomo da parte di agenti patogeni provenienti dagli animali3. Nello stesso tempo, globalizzazione e traffico aereo aumentano vertiginosamente le possibilità di diffusione epidemiologica. Gli stessi farmaci e pesticidi utilizzati per combattere le malattie degli uomini e della produzione agroalimentare possono accelerare la mutazione genetica dei microbi e indurne la farmacoresistenza, che l’OMS considera una delle maggiori minacce alla salute globale3. Il nostro genoma è coevoluto insieme agli agenti patogeni, lungo tutta la storia dell’umanità, permettendoci di convivere con i parassiti che abitano i nostri corpi, ma potrebbe non essere in grado di stare al passo con i rapidi cambiamenti dell’antropocene. In generale, secondo molti esperti, i cambiamenti climatici saranno la principale minaccia per la salute del ventunesimo secolo, causando a detta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità circa 250.000 morti aggiuntive ogni anno fra il 2020 e il 2050.

Il 7 aprile sarà #salutepertuttietutte #health4all

Riuscire a stare nella complessità di questa fase emergenziale vuol dire riconoscere e prendere sul serio la necessità delle misure di prevenzione, senza però fare arretrare sulle rivendicazioni per i di-ritti di tutte e tutti . Rivolgiamoci a chi ha tagliato i fondi alla sanità pubblica e verso chi ha deciso che, anche in questa emergenza, i profitti vengono prima della salute delle persone.

In questo momento in cui a tutte e tutti vengono chiesti sacrifici, dallo stare a casa all’esporsi al contagio per “mandare avanti il paese”, come collettivo 7aprile crediamo che:

-la sanità pubblica debba essere adeguatamente rifinanziata per poter prendere in carico la salute dei cittadini intesa globalmente per comprendere le sue dimensioni biologiche, sociali, politiche, affet-tive e relazionali.
– la sanità privata debba restituire una parte di quelle ricchezze sottratte alla fiscalità generale e che venga chiamata a contribuire in maniera sostanziale e senza ulteriori profitti alla risoluzione della crisi sanitaria.
-debba essere erogato un reddito universale, basato sui principi dell’uguaglianza, della progressività e della gratuità. Un reddito cioè il più possibile inclusivo che eviti nuove disuguaglianze e un incre-mento del debito pubblico.
-debbano essere abrogati il Decreto Lupi e i Decreti sicurezza che contribuiscono ad esporre mag-giormente le fasce più fragili all’emergenza sanitaria ed economica.

Il 7 Aprile 2020, azioni decentrate saranno organizzate in tutta Europa, per il quinto anno consecutivo.

A livello europeo la campagna Our health is not for sale (La nostra salute non è in vendita) è promossa da People’s Health Movement, network globale presente in circa 70 Paesi che riunisce attiviste e attivisti per l’accesso universale alla salute, organizzazioni della società civile e istituzioni accademiche, e dalla Rete europea contro la privatizzazione e la commercializzazione della salute e della protezione sociale, realtà entrambe impegnate da anni nella difesa del diritto alla salute per tutti i popoli del mondo, oggi ancora più importante alla luce dell’emergenza scaturita dalla pandemia di Covid-19.

In Italia, l’iniziativa  è promossa dalla “CampagnaDico 32- Salute per tutte e tutti” e del Movimento dei Popoli per la Salute (People’s Health Movement Italia) a cui, come collettivo7aprile, aderiamo.

Chiediamo a tutti i cittadini di manifestare “diffondendo la solidarietà, non il virus.”
Come? Attraverso un’azione “lenzuolo bianco”:

1. Appendi un lenzuolo o piccolo striscione bianco col tuo messaggio in un posto visibile (ad esem-pio in balcone) o fai un poster in casa se non ti è possibile
2. Scatta una foto col tuo messaggio
3. Condividila
    -sui social media con l’hashtag #health4all e o #salutepertuttietutte
    – sulla mappa interattiva che potete raggiungere qui: bit.ly/Agir4Health
    -inviala ai responsabili politici

Qui potete trovare i documenti prodotti dalla campagna europea
Investire nella salute per tutte e tutti
Medicine per la salute di tutti, non per il profitto di pochi
Investire in salute, oggi e domani

Riferimenti bibliografici

1. Si veda il position paper “relazione circa l’effetto da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione” dell’Università di Bologna e di Bari e della Società Italiana di Medicina Ambientale

2. si veda per una recente revisione della letteratura Di Marco et al. (2020). Opinion: Sustainable development must account for pandemic risk. PNAS. https://www.pnas.org/con-tent/117/8/3888

3. Naicker, P. (2011). The impact of climate change and other factors on zoonotic diseases. ARCHIVES OF CLINICAL MICROBIOLOGY

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